Aronica: “Il Teatro di Pirandello unisce il mondo”

Svelare il dietro le quinte del Concorso Uno, nessuno, centomila, è fare il punto su un universo variegato di personalità, vita e mestieri. Ognuno con un suo ruolo e un suo protagonismo. Un mosaico di percorsi che sarebbe piaciuto al premio Nobel per la letteratura, nato in contrada Kaos, un insieme di personaggi che lui avrebbe osservato, sornione, mentre organizzava l’arrivo di più di 330 studenti nella sua città natale. Gaetano Aronica, attore, regista, lo contattiamo per telefono. Il presidente della Fondazione Teatro Luigi Pirandello, infatti si trova in tournée con Vestire gli ignudi, una produzione Teatro Pirandello, un testo del nostro nume tutelare, “un cast – mi spiega – praticamente agrigentino”. Una messinscena salutata con grande affetto e presenza dal pubblico. A lui abbiamo chiesto un parere sulla forza e sulla valenza didattica attuale della drammaturgia di Luigi Pirandello.  

Pirandello come Shakespeare non solo resiste al tempo, ma addirittura si inventa un suo tempo. La bellezza di recitare Pirandello è questa: scopri sempre delle cose diverse e sai che hai a che fare con qualcuno che è più intelligente di te.

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Parliamo della capacità trasformativa dell’arte: quando, l’anno scorso, ha visto recitare i ragazzi e le ragazze sul palco ha notato quanto e come l’emozione di recitare li ha cambiati?

Il lavoro su Pirandello premia, i ragazzi sono davvero affascinanti. Nessuno è più rappresentativo di lui. E ce l’abbiamo a casa. Calcare le scene del teatro Pirandello significa, come riporta lo stesso nome del concorso, indossare una maschera, una maschera che parla al posto nostro e ci permette di essere noi stessi, di dire cose che non abbiamo il coraggio di ammettere apertamente nella vita.

Per questo un autore come Pirandello è ricercato anche dai professionisti degli psicodrammi, lui capovolge la visione, in Pirandello la maschera serve per svelarsi, per raccontare quello che non riusciamo a mostrare.

Quindi l’idea che abbiamo della maschera non è sempre quella negativa di nascondersi, di sottrarsi?

A volte ne ho parlato anche con mia figlia – parliamo spesso di Pirandello – lei frequenta il liceo, le maschere servono anche per difendersi, esistono le maschere sociali. Indossarle, consapevolmente, è un modo per ripararsi e per tenere le distanze. Non è fondamentale stare con tutti. Pirandello era molto selettivo con gli esseri umani, lui per primo non vedeva l’ora di chiudersi con i suoi personaggi.

Cosa si aspetta dalla seconda edizione de concorso? Dall’arrivo di tutti questi ragazzi in città? Giovani che desiderano salire sul palco, mettersi in scena…

La seconda edizione è più matura, potremo aggiustare il tiro, riparare errori naturali che si fanno la prima volta, in molti ambiti, anche nell’amore, nella paternità. Ma allo stesso tempo, il nostro impegno deve essere sostenuto da alcuni elementi di novità. La seconda edizione, rischia di avere meno tensione emotiva, in teatro succede, dopo il debutto.

Il ruolo della fondazione, per l’organizzazione del concorso oltre che logistico, è anche sentimentale, in un certo senso.

 

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L’anno scorso siamo stati assoluti protagonisti, io ho recitato ‘La patente’, gratuitamente, ho donato la mia esperienza ai ragazzi, il loro entusiasmo è stato il migliore cachet che io abbia ricevuto. Ho avuto contatti con i ragazzi tutto l’anno, loro hanno fatto questo tentativo e hanno chiesto consigli, fatto domande. È avvenuto uno scambio. Ricordo sempre le ragazze velate, della scuola di Beirut, che hanno recitato in arabo “La patente” di Pirandello, è stato un momento emozionante, davanti a questo spettacolo tutti siamo rimasti in silenzio. Ecco, lì sono cadute le maschere. Ci siamo commossi. Possiamo dirlo senza retorica: Pirandello ha unito il mondo.