Tra i Commissari del Concorso: Marina Castiglione, l’amore per la Linguistica

Passione per la Letteratura che diventa impegno, creatività che è anche disponibilità per gli altri, una storia anche politica e una famiglia. Una donna, una docente, un progetto di vita che si rinnova di continuo con un’energia incontenibile. Voglia di scrivere, di approfondire, di conoscere, di continuare a studiare e nello stesso tempo il desiderio e la gioia di trasferire l’amore per lo studio, più che nozioni. È Marina Castiglione,  docente di Linguistica italiana presso l’Università di Palermo.

La prof. Castiglione al centro con Enzo Brai e Manlio Geraci

La prof. Castiglione al centro con Enzo Brai e Manlio Geraci

“Una cosa ho sempre saputo, sin da piccola: volevo imparare, insegnare a imparare, cercare di trovare qualcosa di bello e utile da insegnare. Non è l’insegnamento universitario ad avermi dato tutto questo. Lo avevo già trovato insegnando alle scuole medie e poi ai Licei. Già stare con i ragazzi obbliga a rivedere continuamente i propri metodi e a rinnovare i contenuti, a seconda di quello sguardo che ti chiede qualcosa di diverso, di significativo per sé in una fase della vita particolamente duttile ma confusa. Il mio motto l’avevo preso in prestito da Leonardo Sciascia: «Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende». Lo avevo un po’ integrato, senza sentirmi in colpa verso Sciascia, affermando che «la lingua forma il pensiero, pertanto nulla siamo senza la conoscenza della nostra storia linguistica e un uso consapevole delle nostre varietà comunicative».  Il giorno libero veniva decicato alla ricerca dialettologica, quasi a risarcire la mia non dialettofonia familiare. Il fatto di lavorare in centri diversi da quelli della mia residenza è stato un ulteriore elemento di crescita: ogni microcosmo sociale è un laboratorio di relazioni, incontri, bellezze. Da ciascuno di questi luoghi ho portato con me ricordi e amicizie che ancora mi radicano e mi riconducono “a casa” quando mi sento persa.

Quando avrei potuto fermarmi e fare a piedi il tragitto da scuola a casa è arrivata l’opportunità di un dottorato in sociolinguistica a Lecce. Nel frattempo erano nati i miei bambini: un altro viaggio complesso, la cui meta si costruisce giorno per giorno, senza libri e senza dogmi, con un amore che esplode lasciandoti senza fiato. Che fare?

I miei genitori e mio marito hanno detto: “vai!” Tre anni bellissimi, intensi, condivisi con un gruppo di ricerca stimolante e affiatato, una ricerca sul campo che mi ha condotta in giro per la Sicilia, in centri che non avevo mai visto neanche sulla cartina geografica. Una terra con tante regioni al suo interno, tante anime, tanti colori del cielo. Dall’arso interno al verde dei Nebrodi, dal mare greco d’oriente al tophet di Marsala, con le rughe come solchi arati dei suoi anziani e con gli occhi azzurro normanno dei bambini delle robbe di Milena. Nel 2006, rientrata a scuola da tre anni, vinco il concorso all’Università di Palermo. Che fare?

I miei genitori,  mio marito e i bambini hanno detto: “vai!” La più piccola mi disse: «mamma, sei più utile lì perché glielo dici tu alla mia maestra come deve insegnare a scuola». E cominciai di nuovo a fare la pendolare, trovandomi di fronte non una classe da seguire per un triennio, da veder crescere e maturare, diventare più sicura di sé e di ciò che avrebbe voluto diventare, ma centinaia di studenti di cui non avrei ricordato volti e nomi. Non è stato così: di molti ricordo bene tutto ciò che ci siamo scambiati umanamente e scientificamente. Li ho trascinati in giro per la Sicilia a fare ricerche sul campo, perché le parole senza le cose sono flatus vocis e perché occorre conoscere i contesti e immergersi per comprenderli meglio. Anche i miei figli sono costretti ad assistere a inchieste dialettologiche, sulle farinate (che poi sono costretti a mangiare), sui soprannomi, sulla lingua dei gessai.

So che molti ex studenti sono diventati miei colleghi di scuola e lavorano con impegno e passione. Il mio stesso ruolo universitario comprende (per mia scelta) almeno un’attività dedicata alla formazione dei docenti e al confronto con loro. Da quest’anno ho sperimentato un momento di accoglienza all’università per i bambini di scuola elementare e questo dà il senso della circolarità dell’insegnamento, della necessità di creare un patto educativo che unisca tutti gli ordini di scuola.

Nel 2014 arriva la proposta politica di entrare in una Giunta civica nella mia città, Caltanissetta.

Stavolta mio padre non c’era più a sostenermi, ma so che l’avrebbe fatto. A lui si è sostituito il professore da cui ho imparato tutto e la cui passione è stata la molla per ogni mio progresso. È arrivato un altro incitamento. Sembrava una buona occasione per verificare dall’interno se noi siciliani fossimo davvero irredimibili o se la voglia di cambiamento fosse realizzabile.

L’esperienza si è chiusa nel volgere di due anni, faticosi e preziosi. Ora ho la certezza che si può fare: non ci sono problemi tecnici che impediscano l’applicazione di una democrazia dei diritti e dei doveri, delle norme e del rispetto dell’uomo, dei servizi e delle valorizzazioni delle intelligenze, dei saperi e dei beni. Nulla osta. Il problema non è tecnico. Sta tutto nella motivazione di chi amministra. Sta tutto nella libertà di movimento fuori da logiche ed equilibri da vecchia politica che coniuga il “panem et circenses” al “do ut des” al “divide et impera”. A fronte di proclami d’amore nei confronti della nostra terra, pochi sono quelli che ne conoscono la storia, che ne abbiano vissuto i luoghi, ne vedano le potenzialità senza svenderle. E pochi sono quelli che studiano, mettano a confronto documenti e sappiano interpretare delibere, cerchino soluzioni anche a partire da chi quelle soluzioni le ha già trovate e applicate in altri territori.

Si torna al punto di partenza: imparare con umiltà, cercare e ricercare, sperimentare, sperando che anche in politica le parole assumano una sostanza non retorica, ma semanticamente pregnante, per il bene di tutti.

Ma anche questo la letteratura (non soltanto di Leonardo Sciascia) ce lo aveva già insegnato.

 

Marina Castiglione ad una tavola rotonda

Marina Castiglione ad una tavola rotonda con Silvana Grasso

Il Concorso Uno nessuno e centomila ha incontrato Marina Castiglione o viceversa? Che cos’è il progetto della Strada degli Scrittori?

 

Il progetto è nato mentre svolgevo il mio ruolo politico-amministrativo a Caltanissetta. Ho subito creduto che il Distretto, in quanto rete del centro Sicilia, potesse essere uno spazio fluido di confronto e progettazione di interventi per la valorizzazione dei nostri territori che hanno bellezze paesaggistiche peculiari e un patrimonio archeologico e monumentale poco inserito nei circuiti turistici. Esso ha “parlato” grazie alla voce di eminenti voci letterarie di impatto nazionale ed internazionale e, conseguentemente, l’idea di abbinare luoghi e testimonianze d’autore è stata quasi naturale. L’intuizione di Felice Cavallaro ha, dunque, esaltato un percorso che un tempo si faceva a passo di mulo o lungo la strada ferrata e che oggi si compie a bordo delle auto, rendendolo da “non luogo” a viaggio della memoria.

Nel nostro stesso programma amministrativo un punto prevedeva la realizzazione di una serie di contatti con altre realtà per istituire una “Via degli scrittori”. Possiamo, dunque, dire che “CI” siamo incontrati e abbiamo felicemente cominciato a collaborare realizzando già nel 2015 il primo evento regionale. Nel 2017, avendo contribuito all’istituzione del Parco Letterario Pier Maria Rosso di San Secondo, ho continuato a sostenere il progetto attraverso la Società Dante Alighieri per il primo festival e il Concorso Uno nessuno e centomila, che ha esteso a decine di scuole le attività dedicate al 150° anniversario dalla nascita di Luigi Pirandello. Per quanto di mia competenza, in due diversi convegni internazionali svoltisi a Palermo ho dedicato uno spazio al progetto della Strada degli Scrittori perché potesse avere una centralità un progetto che mostra una Sicilia in cui le amministrazioni fanno rete in nome della cultura.

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Quali  le sue impressioni nella lettura degli elaborati? Che ne pensa della scuola di oggi e che cosa cambierebbe nel metodo se dipendesse da lei?

 

Gli elaborati dello scorso anno e di quest’anno dimostrano ancora una volta come i docenti siano l’anima della più importante istituzione nazionale: la scuola. Dietro agli elaborati si vede lo stimolo della riscrittura, l’analisi dei testi, la loro attualizzazione. Si vede anche la capacità di fare gruppo e dedicare del tempo a ciò che è non è nei “programmi”, non verrà valutato da nessun INVALSI, non farà acquisire ai docenti riconoscimenti economici né burocratici. Si legge la voglia di fare lavorare i ragazzi su qualcosa che li farà riflettere, li metterà a contatto diretto con la voce di un grande autore, gli darà la possibilità di usare linguaggi artistici spesso non frequentati, come il teatro. “Uno, nessuno centomila” è di per sé un concorso che induce a vedere nella letteratura la rappresentazione dell’uomo e delle sue contraddizioni, della sua forza e della sua fragilità, della sua storia personale e di quella sociale e collettiva. In una scuola che si dirige sempre di più verso la quantificazione delle competenze, il concorso è una pausa felice per ricondurre gli studenti e le classi ad occuparsi dei saperi, con i tempi che servono per una buona semina, senza forzature e ritmi di marcia spesso spezzati da progettualità dispersive.

(in copertina la prof. Castiglione con i suoi studenti in un uno scorcio delle robbe di Milena)