Vorrei parlare di Andrea Camilleri, nel primo anniversario della morte, ricordandolo insieme a Pinuccio Sciola, scomparso nel mese di maggio del 2016.

Due grandi artisti: l’uno scrittore e l’altro scultore che mi hanno dato la loro amicizia, consentendomi di osservarli, in silenzio e da vicino.

Avevano tratti comuni e, per questo, volli farli incontrare nell’ambiente per loro il più adatto, in un’Aula magna gremita di studenti che conoscevano le opere e desideravano sentire la parola degli autori. Sciola, a dire il vero, più che parlare suonò le sue mirabili arpe litiche, mentre Camilleri lo ascoltava: le foto documentano la reciproca soddisfazione per quella memorabile serata.

Avevano in comune la generosità con la quale donavano il proprio tempo a chiunque: studenti, anche delle scuole elementari, laureandi, giornalisti, troupe televisive. Non era solo un tratto del carattere, ma il nucleo stesso della loro arte: producevano con generosità, come fonti perenni che elargiscono acqua preziosa per un impulso incoercibile. Sciola scolpiva le grandi pietre destinate ai luoghi pubblici, religiosi e civili, ma anche le piccole statue di terracotta, i bronzi, i legni, le pietre che diventavano semi dell’arte e non di rado venivano seppelliti nella terra: perché nascessero le montagne.

Camilleri ha pubblicato cento titoli. Chi dice che se ne avesse pubblicato solo dieci, con quelli avrebbe un posto imperituro nelle patrie lettere e nessuna accusa di eccessiva sovrabbondanza, non ha capito il concetto essenziale: quei cento titoli sono un unico affresco, amplissimo e magnifico, che dice della vita e della morte, delle passioni umane e della speranza. Occorre solo trovare la giusta prospettiva per vederlo nel suo insieme e capire le ragioni stilistiche e linguistiche che lo innervano.

Avevano in comune la ricerca del suono. Sciola, a ogni visitatore del Giardino sonoro, illustrava le virtù delle pietre: la memoria del tempo, l’elasticità, la capacità di custodire al loro interno una musica originaria, astrale. Lo osservavo, mentre accarezzava i suoi giganteschi strumenti litici, invitava i visitatori ad accostare l’orecchio per percepire le interne risonanze. Egli stesso lo faceva, e guardandolo con attenzione capivi che non si trattava di un gesto offerto all’ospite di turno, ma ogni volta in quell’atto ricostituiva un contatto, ricercava una nota custodita per millenni e che voleva trovare per comporre la sua melodia scultorea.

Camilleri era un “maestro concertatore” di parole: parole da tutti considerate come cosa vile, buone tutt’al più per gli usi rustici della campagna siciliana: sorde come una pietra. Le prendeva dalle zolle dei campi, dalla bocca dei viddrani, le incastonava in una collana di frasi, prima scritte e poi lette ad alta voce, fino a che germogliasse il suono voluto, percepito interiormente dallo scrittore e portato alla luce con un processo diverso da quello dello scultore, ma simile per determinazione e intensità d’ispirazione artistica.

Parole di contadini e gesti di scalpellini hanno più d’un punto di contatto e, come Sciola e Camilleri hanno mostrato, possono ispirare una poetica, diventare strumento per esprimere una visione del mondo.  Spero che presto qualche esperto della materia voglia studiare l’opera di Pinuccio Sciola riconnettendola con le ere geologiche dalle quali deriva, coll’ambiente umano e culturale che ne ha alimentato lo sviluppo e l’ha resa significativa, capace di parlare a genti di nazioni diverse.

Nel caso di Andrea Camilleri, molto è già stato fatto, e molto resta da fare: scavando nell’immenso vocabolario delle sue parole e chiedendosi perché abbia scelto quella lingua ‘volgare’ – e in qualche caso vastasa –, come l’abbia plasmata, da quale impulso spinto a coinvolgere il lettore, facendogli apprezzare l’effetto che deriva dall’accostamento di vocaboli divenuti necessari e indispensabili, anche per le loro variazioni ortografiche. E dovremo imparare a farlo non per una “fissazione linguaiola” che Benedetto Croce deprecava, ma proprio, come egli prescriveva, per “studiare e leggere il mondo”.

Nel nostro caso il mondo vastissimo (per certi versi ancora incognito) di Andrea Camilleri che non potrà essere compiutamente esplorato se non con il paziente esercizio volto a ricostruire il mosaico realizzato mischiando parole che il Verga avrebbe detto “raccolte tra i viottoli dei campi”, con quelle della grande letteratura italiana. Nella ininterrotta ricerca di un suono capace di esprimere in maniera consona la fatica e il dolore dell’umile mondo di Vigàta, ovvero di ogni luogo dove donne e uomini campano la vita con fatica, senza mai perdere la speranza e il gusto della battuta che esprime allegria. Come sa genti de bidda mia raccontata da Sciola nelle sue terracotte.

Giuseppe Marci

Articolo tratto da www.unica.it

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