FMichele: Maestro, vorrei dialogare con Lei sulla questione della lingua siciliana. Del resto, chi meglio di Lei…
Camilleri: Sì, Michele, ma mi devi fare una cortesia. Un mi chiamari maestru. Chiamami Andrea.
Michele: Certo, Andrea scusa, ma sai davanti a cotanto artista, io… il rispetto…
Camilleri: Lassa perdiri e accumincia…
Michele: Certamente, maestro…
Camilleri: Ti dissi di lassari perdiri.
Michele: Certo, Andrea. Tu sai che Vincenzo Consolo già nel 2007 a Parigi in un convegno ebbe a dire che oggi il romanzo è testimone della scomparsa dello spirito socratico e che ormai ci troviamo di fronte all’interruzione del dialogo con il lettore e che quindi c’è stato uno spostamento della scrittura dalla comunicazione all’espressione. Tu che ne dici?
Camilleri: Chi t’ha diri, a mia mi pari ragiunatu. Non più comunicazione, ma espressione. Del resto, macari io, come sai benissimo, uso il dialetto, perché così riesco a comunicare un modo, una mentalità, una cultura plurimillenaria che si ritrova nei tanti prestiti da tante lingue parlate da invasori e gente venuta qui da noi, perché voleva fare i comodi suoi, come i greci, i romani, gli arabi o perché aveva bisogno di aiuto, come gli albanesi.
M: Consolo continua e dice, cito testuale: che il genere romanzo può trovare la sua salvezza o plausibilità in una forma monologante, in forma poetica. Poesia che è memoria, e soprattutto memoria letteraria. Di questa affermazione, che te ne pare?
Camilleri: Mah, Io alla poesia preferisco l’espressione data dalla parlata, dal dialetto. Non cerco il sublime, il poetico, o peggio, l’iperliguismo poemico alla Consolo. Diu ni scanzi, è cosa alta assai. A mia mi piace parlari facili. Il lettore mi deve capire, anche il più semplice, non scrivo per l’élite, io scrivo per tutti. Per questo evito l’italiano che Pier Paolo Pasolini chiamava medio, quello televisivo. Un racconto, un romanzo con quel tipo d’italiano non saprebbe di niente, sarebbe banale, scialbo, scipito e macari tanticchieddra stantio, saprebbe di muffa. E poi, se lo vuoi proprio sapere, beddru me, questa è storia antica, una dinamica della lingua, che, se vuoi, già nel Medioevo,… padre Dante, insomma, già sai, il “De vulgari eloquentia”. Macari allura avianu stu problema, di svecchiare, di usare una lingua nuova, parlata e capita da tutti, il volgare, che era allora quasi come oggi il dialetto.
M: E macari allura, scusi se l’interrompo, maestro,….
Camilleri: Ti dissi, ca un m’ha diri maestru a mia, e chi parlu arabu?
M: Veru è, ma sai l’emozione, una personalità come a vossia, scusassi, comu a tia… mi cunfunnivu. Dicevo… anche allora tutto cominciò da qui, dall’isola maggiore, dalla corte di Palermo. Perché, vossia m’insigna, cioè tu mi insegni che Dante, dico padre Dante, dalla Scuola siciliana e dal nostro Federico prese l’esempio.
Camilleri: Prese l’esempio. Tuttu cca accumincia, Michè, ti l’haiu a spiegari propriu a tia? Siamo inizio e fine, alfa e omega. Mi pari stranu puru ca macari Gesù Cristu un pinsò di nasciri cca in Sicilia invece che in Palestina.
M: Antonio Russello, in effetti, ci scrissi un racconto formidabile su questa eventualità di scegliere la Sicilia come luogo di nascita di Gesù.
Camilleri: Veru è? Lo conosco il racconto dalla raccolta “Siciliani prepotenti”. Di moriri di l’arridiri. Fine ironia, grande umorismo, come solo noi siciliani … e poi sai, noi siamo popolo… solo che la violenza, la mafia, il codice del disonore… ma parliamo meglio di letteratura, Michè continua, non tergiversare.
M: Giusto, maestro, scusassi…
Camilleri: Andrea, mi’, chi camurria, cu stu maestru…
M: Sì, scusa, sono pessimo. Dicevo… come hai giustamente fatto notare, già Pasolini in “Empirismo Eretico” postula uno schema a tre linee e tra queste ce n’era una media, roba per l’accademia, e una alta, iperlinguistica quella che in effetti Vincenzo Consolo usa con maestria.
Camilleri: Sì, a iddru ci putivatu diri Maestro, e macari c’avissi piaciutu. Ma a mia un me l’ha diri. Io delle tre linee ho sempre usato quella bassa, per opportunità e per l’utilità di un certo mimetismo che mi aiuta a creare i personaggi, che diventano veri come a teatro o al cinema, imitando la vita, mettendola in scena. I miei personaggi non sono raccontati, ma si presentano. E mi vuoi dire tu, oggi chi parla con l’italiano medio? Forse un questore come Bonetti Alderghi, un avvocato tipo Azzecca Garbugli. Le persone, la ggente, quella con due g, parla, sia a Boccadasse che a Vigata il suo dialetto, la sua parlata, usa la linea bassa. Quella di Gadda di “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana” per intenderci. Mi spiego?
M: Perfettamente, Mae… Andrea! Quindi tu usi quella che io chiamo “la linea Gadda”.
Camilleri: Bello. Bravo, mi piace “la linea Gadda”. Chiddru sì che era macari Maestru.
M: Grazie, troppo buono, Maestro.
Camilleri: Michè! Un ti l’arripetu chiù, mi dici maestru n’autra vota, mi alzo e mi nni vaju!
M: Scusa. L’abitudine. Ma a proposito come lo scrivi tu “mi nni vaju”, Andrea?
Camilleri: minni vaju tutto attaccato.
M: Ecco, io su questo avrei, con rispetto parlando, qualcosa da obiettare.
Camilleri: Dimmi, un ti scantari, un m’offennu.
M: Mi pari a mia, dico a me, che dovresti, cioè si dovrebbe, inteso con rispetto, naturalmente, … scrivere: “mi nni” staccato. Perché se scrivi “minni” attaccato, di altra cosa si tratta, come potrei dire?… di anatomia del corpo femminile.
Camilleri: Talè, veru è! Mi stai facendo sorridere. In effetti, anche in italiano, si scrive staccato “me ne”. Oppure un pronome doppio come me lo, ché se scrivessimo “melo” tutto attaccato, sarebbe questa volta non anatomia, ma botanica. Ragiuni ha.
M: Perché, sai… tu, il siciliano è lingua antica e bella. Il siciliano è stato usato per scrivere la letteratura italiana degli albori, insomma, della nostra cultura. Ci sono poi una serie di grandi artisti della parola che lo hanno usato, non solo Ciullo D’Alcamo o Jacopo da Lentini, lo stesso Federico, ma tanti altri anche dopo il Medioevo, Giovanni Meli, Alessio di Giovanni, Ignazio Buttitta, fino ad oggi, Emma Dante, tu stesso. Ma il problema vero è che noi siciliani della lingua che parliamo da secoli non sappiamo niente, nessuno di noi ha mai imparato come si scrive, oppure conosce la sua storia. Siamo parlanti nativi, ma inconsapevoli.
Camilleri: Ragiuni ha! Noi siamo popolo da più di quattromila anni, ma cambiamo continuamente identità, cultura e lingua. Dai tempi dei popoli del mare, di cui si legge macari nelle Piramidi d’Egitto, abbiamo continuamente cambiato pelle. E trovami tu un popolo che ha scritto letteratura come noi, in greco, latino, ebraico, arabo e poi ha dato i natali al primo volgare letterario di una nazione prima in tutte le arti come l’Italia. Ma Epicarmo, Ibin Hamadis, al-Ballanubi, Ciullo D’Alcamo, Giovanni Meli, Verga, Pirandello, De Roberto e macari iu, tutti siciliani semu, ognuno ha usato una lingua diversa, e tutti abbiamo fatto arte eterna con le parole, arte che ci sopravvive… vabbe’ scusa, ora sto diventando retorico, mi sono infervorato.
M: Tutto vero, parole sante. Ma ci vuole più consapevolezza, ci vuole più studio, ci vorrebbe una vera e propria scolarizzazione in siciliano e una normalizzazione del siciliano. Per evitare di scrivere “minni” invece “mi nni”. Lo hanno fatto i baschi, i ladini i friulani…
Camilleri: Vero!
M: Sai, una maggiore consapevolezza e conoscenza della lingua servirebbe a capire meglio la nostra lunga storia e la nostra molteplice identità culturale. Tu lo sai, per esempio, che macari i parulazzi in Sicilia hanno una storia dignitosissima e utile per capire la nostra cultura antica e la nostra anima?
Camilleri: Veru è! Tutti sanno che “minchia” è ipocoristico di mens, mentis che diventa mentula e poi minchia. Latino medievale, mi pare. Per cui l’espressione comune: testa di m… mentula è macari una tautologia come Mongibello… (ride fragorosamente).
M: Andre’, chissu nenti è!
Camilleri: Comu? Che vuoi dire?
M: Pensa, che magari quella che a me è sempre sembrata una parolaccia impronunciabile e volgare, nasconde un’etimologia antica e a suo modo romantica.
Camilleri: Di quali parola parli?
M: Ho difficoltà a pronunciarla, mi pari vastasata.
Camilleri: Amunì, ca semu ranni e vaccinati, Michè, io macari mortu sugnu, sono al di là del bene e del male ormai. (Ridacchia felice)
M: “Osticulum amoris”, osticulm, ipocoristico  di ostium, vale a dire porticina dell’amore. Si tratta di latino medievale, in siciliano diventa vulgariter “sticchiu”, ma a conoscere l’etimologia, è parola che manco il Dolce Stil Novo, Andre’… altro che mentula e cabasisi,… la sublimazione più romantica, l’eufemismo più dolce.
Camilleri: Minchia!
M: Appunto.

Fausto De Michele

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