Quando le difficoltà fanno crescere: la sfida di Pirandello

Lo “shock” si trasforma in creatività, in una spinta positiva che consente, a studenti di seconda media, di rielaborare Pirandello, farlo proprio, ampliarne e approfondirne il messaggio.

All’Istituto comprensivo “Karol Wojtyla”di Roma, vincitore del terzo premio per la categoria Rappresentazione, l’avvicinamento all’autore è passato, appunto, da un “trauma”: il fatto di trovarsi dinnanzi a uno scrittore mai letto prima dallo stile non immediato e dai contenuti solo apparentemente semplici o, ancor meglio, comici. Così la difficoltà diventa sfida, e occasione di crescita per Francesco Buoio, Jacopo Massimiliani, Aurora Vagaggini e Nicolò Volpe, tutti nati tra il 2005 e il 2006.

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“Mentre eravamo alla ricerca di un copione per lo spettacolo di fine anno del nostro laboratorio teatrale – ha spiegato una delle docenti referenti, la professoressa Simona Stifani – la nostra dirigente ci ha proposto la partecipazione al concorso ‘Uno, nessuno e centomila’. E, allora, abbiamo deciso di accogliere la sfida di provare a mettere in scena Pirandello, nonostante l’età dei nostri alunni, e abbiamo pensato di provare a ‘giocare’ con l’autore, smontandolo, rimontandolo e facendolo un po’ nostro. Chiaramente l’approccio non è stato semplice. Gli alunni che hanno partecipato al concorso frequentano tutti la 2a media e non avevano mai, prima della messa in scena della novella, sentito parlare di Pirandello. La prima lettura del testo è stata a tratti ‘scioccante’, i ragazzi ci hanno guardato decisamente confusi, ma è così che è iniziato un percorso che ci ha portati ad una rilettura, alla spiegazione di termini complessi, alla scelta di modificare alcune parti perché ‘prof., questa proprio non la capisco’, alla comprensione del testo fino ad arrivare all’interiorizzazione e all’interpretazione. E poi siamo passati anche attraverso la condivisione della messa in scena con gli altri alunni del laboratorio di teatro che hanno assistito allo spettacolo decisamente confusi. E lo spettacolo è stato vedere i nostri 4 ‘attori’ spiegare Pirandello ai compagni”.

È la prima volta che la vostra scuola, e questi alunni, partecipano a concorsi come “Uno, nessuno, centomila”?

“Nella nostra scuola è attivo da 4 anni un laboratorio teatrale. Per i primi 2 anni la scuola ha partecipato al laboratorio teatrale integrato ‘Piero Gabrielli’, organizzato e promosso da Roma Capitale. Alla fine dei 2 anni la convinzione che il teatro abbia una valenza educativa profonda e la passione mia e della professoressa Cerquaglia hanno fatto sì che, in orario pomeridiano, venisse attivato un laboratorio di teatro. La nostra scuola non ha, tuttavia, mai partecipato a concorsi di teatro e anche per i nostri alunni si è trattato della prima esperienza”.

Come mai proprio la scelta di portare in scena una novella atipica come “Amicissimi”?

“Quando si è trattato di scegliere una novella abbiamo pensato subito ad una selezione al contrario, ossia abbiamo escluso le novelle più conosciute e abbiamo cominciato a rileggere Pirandello alla ricerca di un testo che potesse in qualche modo catturare i ragazzi. E siamo arrivati ad ‘Amicissimi’, la storia di Gigi Mear che vede sconvolta la normalità della sua quotidianità dall’irrompere impetuoso di un presunto e stravagante amico, ha, superate le perplessità iniziali, incuriosito i ragazzi che hanno poi dato alla novella una loro ‘lettura’: così per Mear l’incontro si trasforma in un piccolo dramma personale dove le certezze di una vita tranquilla crollano, non potendo più contare sui ricordi e sulla memoria, mentre, per l’amico, l’incontro si trasforma in un gioco. Nella scelta dell’ambientazione si è deciso di eliminare l’esterno per concentrare l’azione e l’attenzione su un interno borghese, confortevole, ovattato, ulteriormente rassicurato dalla presenza di ben due camerieri: Gigi Mear perde le sue certezze proprio nel luogo in cui si sentiva più protetto”.

Quale è oggi, in una società sempre più spersonalizzante, il rapporto che i giovani hanno con il teatro? Quali “benefici”apporta nelle vite dei ragazzi?

“Io e la professoressa Cerquaglia siano fortemente convinte che il teatro sia un’attività che ha forti valenze educative e rende possibile una formazione globale dell’alunno. Il nostro laboratorio di teatro, evidentemente, non ha come fine quello di formare attori provetti. Mediante il teatro è possibile imparare a gestire diversi tipi di emozione, accrescere l’autostima, favorire il superamento dei problemi che normalmente accompagnano la crescita (dalla timidezza, all’eccessiva aggressività fino al cattivo rapporto con il proprio corpo in mutamento), prendere coscienza del proprio mondo interiore, stimolare diverse forme di apprendimento, potenziando ed indirizzando energie creative ed alimentando al contempo il gusto estetico e artistico. L’attività teatrale è un valido strumento educativo soprattutto perché mette al centro del processo formativo lo studente, considerandolo come persona, dotato di una propria sfera emotiva. La pratica del teatro è, anche, un’attività formativa fondamentale poiché tende ad educare gli alunni alla comunicazione e alla socializzazione: dalla fase di lettura e, quindi, di approccio a testi letterari, a quella di allestimento e messinscena di uno spettacolo, favorisce, anche più di altre attività didattiche, l’interazione e l’integrazione, tanto tra singoli in uno stesso gruppo quanto tra gruppi diversi. Insegna, inoltre, a rispettare ruoli, spazi e tempi. La messa in scena è solo il punto di arrivo di un percorso di formazione e crescita ma il vero spettacolo è vedere alunni con difficoltà di memorizzazione che recitano la loro parte, alunni con difficoltà di linguaggio che parlano senza bloccarsi, alunni che provano vergogna a rispondere all’appello urlare, piangere, ridere e cantare sul palco felici”.