Con Gli addormentati, ha vinto il prestigioso premio internazionale di poesia “Ciò che Caino non sa” contro la violenza di genere e sui minori. Degli oltre 520 componimenti in gara, a vincere il premio è stata la giovane poetessa agrigentina Gloria Riggio, tre le partecipanti del primo Master di scrittura organizzato dalla “Strada degli scrittori” e da Treccani. Riggio studia a Trento, alla Facoltà di “Studi storici e filologico-letterari”, e nel 2019 ha pubblicato la raccolta La stagione del dubbio per le edizioni La Gru, dopo l’esordio, nel 2017, con la silloge poetica Il mirto e la rosa edita nella collana Entropia, sempre per le edizioni La Gru. È parte dell’antologia del premio internazionale di poesia contro la violenza di genere e sui minori “Ciò che Caino non sa”, nell’ambito del quale ha vinto il premio assoluto.
Ospitiamo le sue riflessioni e la poesia premiata.

La poetessa agrigentina Gloria Riggio mentre riceve il premio

“Ciò che Caino non sa”. Premio internazionale di poesia contro la violenza di genere e sui minori.

di Gloria Riggio

“La violenza – fisica, psicologica, carnale, assistita – quando non si giunga a parlare più propriamente di uccisione, rappresenta solo l’apice di una piramide di comportamenti sociali che creano le premesse utili affinché la violenza si consumi. Demonizzare questi atteggiamenti non consente di individuarli, di comprenderne le radici e gli sviluppi e di impegnarsi al fine di modificarli.
Per far questo individualmente e collettivamente i modi sono moltissimi – progetti partecipati e orizzontali come questo ne sono la dimostrazione -. Introdurre nelle scuole l’educazione di genere è solo un modo di occuparsi dell’analfabetismo emotivo e relazionale e cioè di quell’abitudine ad approcciarci ai propri e altrui sentimenti da completi autodidatti che talora alimenta l’inganno per il quale dipendenza, subordinazione, sottomissione, prevaricazione, possano convivere con ciò che si crede per sé e per l’altro essere amore, libertà, premura, interesse”.

“Gli addormentati”

Sono i giorni caldi dell’alba:
nascere pare una grossa faccenda.

Sulle zolle a strapiombo sul mondo
le ginocchia guariscono sole
e la corsa consuma le suole.

Ci stanno sempre:
uno che tifa per quello più lento,
scarpe sporche e sabbia nel vento,
tre bimbe a saltare la corda
mentre una ferma le guarda
e un pallone e le biglie
e battaglie e conchiglie
e gare a chi arriva più in là
e paura quando il sole se ne va

ma dentro
le zolle a strapiombo sul mondo
con il buio a farci da sfondo
la corsa è più un girotondo
come il cerchio d’un sonno profondo.

Me lo dissero gli altri a gran voce
che bisognava esser veloce
non immaginavo più della luce,
né che il buio fosse in forma di croce.

ma dentro le zolle è pieno d’un canto
come una nenia che piange nel vento,
e non sono solo, non sono mai solo
ci sono altri bimbi anche quaggiù
e si gioca a chi dorme di più.

Quante cose vengono lasciate in sospeso quando si muore? Tanto più quando si muore in modo inaspettato. Siamo abituati a intendere la morte come il momento fatale del finire della vita. Siamo abituati cioè a credere che la morte coincida col corpo. Non è così. O almeno non esclusivamente.
Quando un bambino subisce una violenza – fisica, psicologica, verbale, sessuale – muore. Nel senso che inevitabilmente smarrisce per sempre una parte di sé, legata all’innocenza e ancor di più alla fiducia.

Ogni giorno tutti noi compiamo gesti di fiducia, e ho ragione di credere che l’intera umanità sia tenuta insieme da una rete fittissima di interconnessioni che si basano su di essa e sul rispetto, sulla solidarietà, sulla libertà.
Ecco: un abuso provoca ineluttabilmente una smagliatura, uno sfilacciamento nella trama di questa rete, non solo relativamente alla storia personale della vittima ma relativamente al tessuto sociale di cui la vittima è parte, e di cui è parte anche il carnefice.

Gli addormentati parla di questo e lo fa personificando la perdita; a parlare è l’infante: il testo ha volutamente rime semplici, una struttura che tende a ripetersi come una filastrocca, un ritmo serrato che vuol dare il senso bambino di una vorace tensione alla scoperta. La poesia tenta di intercettare e di usare la voce della “non più voce”: quella urtata, drogata, dileguata o assopita, quella della perdita che contiene il perduto.

Riguardo un possibile ruolo della poesia

Credo la poesia consenta agli uomini di mettersi in ascolto, di riscoprirsi simili, di sapere che ogni individuo è l’individuo e che quindi ciò che ti riguarda mi riguarda e viceversa.
Investimenti di energie come quelli coinvolti nella creazione di iniziative simili a “Ciò che caino non sa” non rappresentano soltanto un grande impegno in questa direzione, ma anche un modo buono, dirompente, fertile di fare ed essere poesia.
Chi lo ha sempre condiviso, promosso e divulgato è un amico e poeta straordinario, Gabriele Galloni, alla cui memoria è dedicato questo premio.

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